lunedì 25 settembre 2017

Settimana del benessere psicologico a Cagliari



Durante le settimane del benessere psicologico in Sardegna (prossimo Ottobre) puoi prenotare una consulenza psicologica GRATUITA: una buona occasione per prenderti cura della tua salute psichica, affettiva e relazionale. Una grande opportunità per iniziare, proseguire, che nasce da un iniziativa dell Ordine degli Psicologi della Sardegna, a cui sono iscritto.
Aderisco all' iniziativa «STUDI APERTI» e mi rivolgo agli adulti e le coppie per dedicare un una consulenza informativa per discutere sulle proprie aree di sofferenza psichica, relazionale, affettiva e disagi nell'area del funzionamento sessuale. Approfittate di questa occasione e confrontatevi con un professionista che saprà guidarvi ad esplorare il vostro disagio. Aspettare o rinviare non è mai un buon alleato.

DOVE: Cagliari, via Agrigento 1 c/o Studio di psicoterapia, consulenza psicologica e sessuologia clinica. Piano II
QUANDO : ogni lunedi del mese di Ottobre, il 2, 9, 16 e 23 sino ad esaurimento spazi.
CONTATTI: per prenotarsi 3921350189 (chiamate dal lun al ven dalle 13 alle 14.30) - Oppure inviami una mail a : dessi-antonio@tiscali.it specificando «settimane del benessere psicologico».

giovedì 22 giugno 2017

Psicoterapia cognitivo-costruttivista dei disturbi sessuali

Come in tanti sapete a seguito della mia formazione quadriennale in sessuologia clinica all’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma, centro accreditato dell’European Federation of Sexology e la Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, ho proseguito il mio percorso specialistico in psicoterapia cognitivo-costruttivista. Il mio percorso ha consentito di integrare queste due eredità e di applicare il modello costruttivista anche alla sessuologia clinica e il trattamento delle disfunzioni sessuali, in setting individuale e di coppia.
In ottica costruttivista, la psicoterapia dei disturbi sessuali sostituisce la tacita costruzione della sessualità problematica con l’elaborazione e la ricostruzione dell’esperienza sessuale all’interno delle relazioni nelle quali è anticipata e messa in atto.
Come ha sottolineato Winter (1988), le disfunzioni sessuali non sono considerate dai terapeuti costruttivisti sintomi da curare, ma come insoddisfacenti soluzioni ai dilemmi dei clienti che emergono nell’anticipare l’esperienza sessuale. Non ci sono standard normativi di funzionamento e il terapeuta concorda gli obiettivi durante lo svolgimento della terapia. Gli obiettivi possono includere l’aumento del desiderio, l’efficienza dell’erezione, la riduzione dell’ansia da prestazione ed altri obiettivi tipici delle terapie sessuali. Un ulteriore fine delle terapia sessuale ad indirizzo costruttivista può aiutare il cliente a comprendere la sua attuale e soddisfacente esperienza sessuale (anche se non normativamente “funzionale”) e condividerla con il partner.
Secondo questo approccio, lavorare sull’ansia da prestazione può essere utile nel favorire un miglioramento delle funzioni sessuali in generale. Anche essa infatti può essere concettualizzata come un’interruzione del ciclo della risposta sessuale causato dalla focalizzazione della persona sull’evitare situazioni spiacevoli o esperienze deludenti più che un reale investimento in ambito erotico.
Secondo questa concezione, in molti dei disturbi sessuali, una strategia d’intervento focalizzata sull’ansia da prestazione includerebbe i diversi tipi di problemi dati dalle sue implicazioni.
Ci sono infine tre chiari approcci d’intervento derivanti da questa cornice teorica: il primo è quello di aiutare il paziente a ricostruire le situazioni sessuali come esperimenti a cui partecipa piuttosto che performances. Elaborare la differenza tra prestazione ed esperimento, il conseguimento di un risultato e l’esplorazione, può permettere al paziente di costruire situazioni sessuali con anticipazioni più focalizzate sull’erotismo (piuttosto che sulle risposte fisiche, o sulle conseguenze di un fallimento che sono obiettivi inerenti al raggiungimento di una buona performance).
Il secondo approccio implica l’elaborazione della gamma degli stimoli erotici che possono essere utili punti di attenzione durante l’incontro sessuale. Molte persone posseggono uno scarso repertorio di stimoli che possano in modo affidabile anticipare un obiettivo erotico. Inoltre tabù culturali, scarsa informazione ed educazione sessuale fanno sì che la maggior parte della comunicazione in merito a questi stimoli avvenga in contesti in cui c’è una forte richiesta di caratteristiche prestazionali (come ad esempio in un gruppo di pari dello stesso sesso). La stanza della terapia può rappresentare un potente contesto libero da condizionamenti ed aspettative in cui elaborare gli stimoli sensoriali che possono produrre in un contesto sessuale, piacere erotico. Il terzo approccio all’ansia da prestazione comprende una ricostruzione dell’esperienza di ansia stessa. La relazione ansia-disturbo è divenuta costellatoria per molte persone.
Dal momento che l’ansia diminuisce l’attivazione sessuale, una persona che la percepisca spesso inizia ad anticipare un funzionamento sessuale insoddisfacente. Non è tanto un’attivazione connotata da ansia che impedisce un corretto funzionamento sessuale, quanto il focalizzarsi su aspetti “non sessuali”. Così ricostruendo l’ansia come una reazione naturale anche nella risposta alla stimolazione sessuale può interrompere l’anticipazione del fallimento. Diventa così un obiettivo della terapia aiutare gli individui a sperimentare in maniera creativa modi per ottimizzare la loro ansia (invece che minimizzarla).
Questo può anche implicare provare nuove esperienze sessuali (posizioni, zone erogene, sex toys che il paziente non ha mai provato) con l’intento di produrre “ansia” associata all’attivazione sessuale e non alla preoccupazione sulla performance.
Un ulteriore esempio di utilizzo della cornice costruttivista può riguardare quegli interventi inerenti conflitti tra domini/sistemi: ad esempio nelle donne spesso le difficoltà a raggiungere l’orgasmo sono spesso causate da una validazione delle anticipazioni sul ruolo di genere ed erotiche. Molti di questi conflitti sfociano infatti in aspettative di genere molto strette e rigide. Il terapeuta costruttivista può aiutare in questo caso, la donna ad ricostruire la propria sessualità includendo sia la capacità diessere buona/completa/moralmente corretta, sia il piacere connesso all’attività sessuale.
Studio di consulenza psicologica e psicoterapia
Dott. Antonio Dessì
Via Agrigento 1 –  Cagliari
Cellulare di servizio: 3921350189

mercoledì 21 dicembre 2016

Che ansia il Natale!!

Tra Ottobre e Novembre le persone più sensibili alle festività natalizie iniziano a preoccuparsene. Individuare i regali, fare un giro per i negozi, e spendere i soldi per comprarli. In questo articolo parleremo di quelle manifestazioni caratteristiche dell’ansia e del disturbo da attacchi di panico, nello specifico della cornice delle festività natalizie.
Il periodo che caratterizza il mese di Dicembre è caratterizzato dal caos, il traffico, le file infinite alle casse, le file in profumeria e nei negozi di turno per impacchettare i regali con stile, i messaggi di auguri e i regali forzati. E che terrore poi scrivere quei bigliettini. A volte si va proprio oltre. A volte un biglietto 3x2cm con una scritta gigante: “Buon Natale”. E poi organizzare il cenone, cucinare, mangiare senza fine e poi ripulire. Rivedere i parenti indesiderati ed essere costretti a passare del tempo con gli amici che spuntano soltanto per le feste. E’ proprio spesso nella declinazione del verbo “costrizione” che si crea il germe per un attacco di panico. Le persone con una struttura di personalità simile e sensibile a questa organizzazione di senso, sentono che il loro dominio di libertà è limitato, per questioni affettive, psicologiche individuali e relazionali non adeguatamente risolte e di conseguenza ad un livello di consapevolezza basso, che non consente alla persona di potersi spiegare cosa fa. In tanti pensano ai “regali”. Pochi discernono “regalo” da “dono”.
Ma è bene abituarsi subito all’idea che ognuno prova la “sua ansia” e questa non può essere compresa studiando nozioni, ma facendo un lavoro su di sé. Le declinazioni dell’ansia sono come i colori dell’arcobaleno, e in ciascuno di questi altrettante sfumature diverse. Individuare la propria significa poter osservare le proprie manifestazioni d’ansia avendo chiaro il proprio funzionamento psichico. Questo è stabile nel tempo e costituisce il nostro senso d’identità.
Lo scorso anno un sondaggio condotto dall’Eurodap (Associazione Europea per i disturbi da attacchi di panico) ha rivelato che per molti italiani il periodo delle festività rappresenta un evento perturbante il proprio equilibrio psichico in senso negativo. Infatti:
7 italiani su 10 non vivono le feste natalizie con alcun tipo di entusiasmo, e anzi l’ansia è il sentimento più diffuso
8 su 10 hanno paura del caos e del traffico di questi giorni
7 su 10 sentono che questo periodo sia rischioso a causa del terrorismo
1 su 2 non si muoverà da casa a causa di difficoltà economiche e per paura degli attacchi terroristici
Inoltre, durante il periodo delle festività natalizie ci sono parecchie persone che sperimentano forti livelli di solitudine, depressione, ansia e/o malinconia; si stima infatti, che ogni anno circa l’80% della popolazione soffre, in misura maggiore o minore, di almeno uno di questi sintomi. Secondo alcuni studi,  il numero di suicidi dopo le feste natalizie aumenta fino al 40% e le visite psicologiche e/o psichiatriche, in seguito ad una forte depressione, sono quasi raddoppiate.
 Già da qualche anno il 70% delle persone afferma che questo “Non sarà un Natale gioioso”, mentre per otto italiani su dieci la paura del caos e del traffico “ha preso il posto della gioia”. 8 su 10 hanno paura del caos e del traffico di questi giorni. 7 su 10 sentono che questo periodo sia rischioso a causa del terrorismo. 1 su 2 non si muoverà da casa a causa di difficoltà economiche e per paura degli attacchi terroristici. A questo si aggiunge anche quella fetta di persone che invece soffrono di una sorta di “ansia da prestazione” per le feste. 
Le cause di queste esperienze negative durante il periodo natalizio, risiedono spesso nelle nostre aspettative, soprattutto nella tipologia di “ansia da prestazione”; vale a dire, l’immagine che abbiamo del Natale come evento, genera determinate aspettative e quando non vengono soddisfatte o risultano meno soddisfacenti del previsto, provocano frustrazione. In generale possiamo anche dire che alcune persone sono più sensibili di altre al giudizio altrui, e in questo senso più predisposte a sviluppare questa tipologia di ansia. Il Natale funge da detonatore di questa area di significati. In realtà le persone ne soffrono sempre, anche se in altri periodi dell’anno sono più compensati dal punto di vista psicopatologico.
Diverse sono le persone che si muovono in anticipo per acquistare i regali (già a Ottobre o addirittura nel periodo di saldi). Possono sviluppare attacchi di panico nel momento in cui i loro piani (aver visto un regalo e attendono i saldi etc…) vengono disattesi o non va esattamente come ci si era aspettati. In realtà sviluppano attacchi di panico perché hanno sperimentato di aver perso il controllo, e questo è per loro fonte di paura. Non hanno potuto controllare totalmente un evento.
Ci sono poi le grandi aspettative che vengono determinate in gran parte dalla società. In effetti, sin da piccoli, ci hanno trasmesso l’idea che in questo periodo tutto sia divertente e che il cenone della vigilia sia un momento di incontro con le persone che amiamo. Molti di noi sanno che molto spesso questo non succede, e che si starà a cena anche con persone che si vedono una volta l’anno.
In questo senso la psicopatologia va letta con più lenti: uno sguardo all’individuale, uno alle relazioni, uno all’affettività e il momento esistenziale della persona, l’altro sicuramente la matrice culturale e come questa si è inserita nella storia di vita della persona.
Dovere o piacere?
Il Natale si sa, per tanti implica degli “obblighi” che possono generare momenti di grande stress: ad esempio il fatto di dover trascorrere del tempo con persone diverse da noi, con le quali non abbiamo molto in comune, gli “obblighi” dei regali comandati e non sentiti con il cuore (come nel caso dei “doni”), le cene formali e superficiali. Obblighi intesi come forzature, che ci imprigionano nelle circostanze senza la possibilità di fuggire da esse.
L’idea di non essere all’altezza è un’altra area di stress psicologico che genera ansia e fa sì che quello che dovrebbe essere un momento sereno, diventi una situazione di pura tensione, alimentando così il malessere.
Un altro dei motivi che possono farci vivere male il Natale è la sensazione di non aver raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati nel corso dell’anno, i famosi e inutili “tiriamo le somme”. In realtà, il Natale implica la chiusura di un periodo e l’inizio di un altro, quindi è normale che torniamo a guardarci indietro per analizzare l’effettivo cammino percorso; se abbiamo vissuto un anno negativo e i nostri obiettivi non si sono concretizzati, è normale che ci sentiamo depressi e demotivati. Ma è sempre bene non guardare solo il tempo cronologico, ma anche quello interiore.
Ci possono essere poi strutture di personalità che durante il periodo delle feste sentono molto forte il senso di perdita. Lutti non elaborati, separazioni, rotture di legame. Questi in generale i temi più importanti che potrebbero portare ad una manifestazione di ansia o forti crisi depressive.
Abbiamo poi una casistica di persone molto abitudinarie, poco creative nello scegliere i regali, quelle che contano il budget (20 euro per ognuno per esempio) che in questo periodo potrebbero invece venir perturbati da temi affettivi che non riescono a controllare o gestire e in questo sviluppare attacchi di panico o ansia. Insomma spesso entrano in ansia perché non sanno se è giusto pensare una determinata cosa, o ancora, se quello che hanno “provato”, per esempio nell’acquistare un regalo fuori budget, è giusto o sbagliato. Da li una spirale di pensieri tra vantaggi e svantaggi, senza fine, e spesso a seguito dell’evento perturbante (aver comprato un regalo non esattamente congruo con ciò che si ritiene sia giusto per il Natale o per quella persona), l’ansia.
Da questa breve descrizione si evince che l’ansia non è uguale per tutti e che in ogni persona costella aree di significato personale che andrebbero comprese e inserite in una trama narrativa legata alla propria storia che, nello scompenso (per vari motivi come scritto sopra) vede lo scollarsi tra la parte di sé che esperisce la situazione e la parte di sé che spiega a se stessi ciò che si è fatto. Insomma, un discorso da officina di psicoterapia! E’ sempre bene non sottovalutare queste manifestazioni perché da un lato rappresentano sicuramente fonte di sofferenza, dall’altra una possibilità di comprendere maggiormente sé stessi. Lo stesso scollamento di aree legate all’esperire avviene anche in altri contesti e situazioni. Lo sviluppo di ansia e attacchi di panico indica che le risorse per la comprensione non sono più sufficienti e si ha necessità di un aiuto più profondo. La sofferenza non sono i sintomi neurovegetativi dell’ansia, ma le emozioni sottostanti che quell’evento ha suscitato, nel caso del periodo in questione, le festività natalizie.
Iconografia dell’attacco di panico
Skrik è la famosa opera di Edward Munch del 1893 che noi italiani chiamiamo L’Urlo.
L’opera rappresenta l’angoscia e lo smarrimento che furono caratteristiche della vita di questo pittore norvegese.
Probabilmente, nell’intento di immortalare un attacco di panico, Munch rappresenta nell’opera un’esperienza vera.
Munch passeggiava con alcuni suoi amici su un ponte della città di Nordstrand, la quale oggi è divenuta un quartiere di Oslo. Ad un certo punto fu preso dal terrore. Su un suo diario descrisse quell’esperienza:
« Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »
Un caso clinico
Luisa è una ragazza che nel 2014 ha 23 anni, studentessa universitaria. Vive a casa sua con la madre, padre ed una sorella più piccola. I suoi genitori da qualche tempo litigano spesso. Attualmente Luisa ha stretto una relazione con Marco, un collega di Università. Richiede una consulenza psicologica a seguito di una visita al Pronto Soccorso per un’improvvisa tachiacardia, formicolio al braccio, oppressione al petto. Al primo incontro Luisa si presenta puntuale, ben curata nell’abbigliamento e nella persona. E’ rigida nella postura e sta seduta sul bordo della sedia. Sembrerebbe un po’ intimorita. Il suo volto è teso e non sorride quasi mai. Dalla storia di Luisa emerge che negli ultimi due anni ha sofferto di attacchi di panico, uno alla settimana. Riferisce di sentirsi molto ansiosa, e di avere difficoltà a gestire le sue emozioni. Dal primo attacco di panico in poi, Luisa alterna dei periodi in cui riesce a svolgere normalmente le sue attività, a periodi in cui non riesce nemmeno ad uscire di casa a causa di diverse paure. In preda dall’ansia si sente bloccata e limitata in tutte le sue attività.
Nei periodi in cui sto bene non ho difficoltà a fare tutto“.
Non è raro sentirmi sicura ed indipendente. Sono sempre stata una persona iperattiva.
Ho svolto sempre tante attività e non ho mai avuto problemi a spostarmi. Ed in questo mi riconosco.. Quando invece ho l’ansia mi sento limitata, ho persino paura di prendere un ascensore o guidare in macchina. Temo che l’ansia sopraggiunga, e lentamente si fa sempre più forte in me il pensiero “perderò il controllo anche questa volta“. Mi sento bloccata. Come faccio ad esempio a prenotare una vacanza dopo gli esami o ad andare a ballare se poi mi sento male?
Mi sento triste e debole.
Come sarà il mio futuro se continuerò ad essere così?”.
Luisa si è rivolta al Pronto Soccorso perchè l’ultima volta l’attacco di panico è stato più forte del solito.
La Madre: “Ho visto il terrore nei suoi occhi e ho pensato che stesse molto male ed ho deciso immediatamente di portarla all’Ospedale. Temevo per la sua vita“.
I brevi elementi della storia di Luisa sono solo un esempio di tanti che descrivono Il disturbo di panico.
Come si manifesta e come si affronta?

Il disturbo è una tipologia di disturbo d’ansia, caratterizzato da frequenti ed inaspettati attacchi di panico. Ciò che definiamo ansia non è l’emozione coinvolta negli attacchi, ma la sua attivazione. Mentre la paura è spesso l’emozione provata da chi soffre di attacchi di panico. Il panico è una sfumatura dell’emozione di paura. Nel loro aspetto funzionale hanno il compito di segnalare situazioni pericolose o spiacevoli, mediante le modificazioni fisiologiche prodotte dall’adrenalina che entra in circolo nel sangue. Entro certi livelli, dunque, l’ansia e la paura sono necessarie a ciascuno di noi in quanto ci consentono di affrontare le situazioni temute ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate. Per esempio possiamo sperimentare paura in una situazione in cui ci troviamo ad attraversare la strada ed ad un certo punto sentiamo il clacson di una macchina. Il segnale ci avvisa che probabilmente la macchina potrebbe investirci. In preda alla paura ci metteremo in salvo.
Contrariamente si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura provate sono così intense da produrre alcuni dei seguenti sintomi mentali e fisici:
manifestazioni cardiache quali palpitazioni o tachicardia;
sensazione di asfissia o di soffocamento;
dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
disturbi addominali o nausea;
sensazioni di torpore o di formicolio;
brividi di freddo o vampate di calore;
tremori o scosse;
bocca secca o nodo alla gola;
sudorazione accentuata;
sensazione di irrealtà, tendenza a raccontare l’esperienza “come se”;
sensazione di essere staccati da se stessi;
confusione mentale;
paura di perdere il controllo o di impazzire;
paura di morire.
Le descrizioni di attacchi di panico hanno spesso delle caratteristiche comuni: “Mi sento morire..” , “Ad un certo punto mi manca l’aria“, ” Il cuore batte fortissimo“, “Ho paura di impazzire“, ” Ho paura di perdere il controllo“, “Nessuno può capire quanto soffro“.
Inizialmente a segnalarci il sopraggiungere di una crisi di panico sono delle variazioni neurovegetative nel nostro corpo. Ogni attacco di panico può durare dai 20 ai 30 minuti e a seguito della paura il soggetto può cercare aiuto.
Le persone che soffrono di attacchi di panico si concentrano sull’intensità dei sintomi fisici. Questa tendenza a concentrarsi sui sintomi fisici porta ad una convinzione di avere un grave problema organico, spesso cardiaco, che orienta il soggetto a richiedere un intervento al Pronto Soccorso. Tendenzialmente il cuore aumenta il numero di pulsazioni, si percepisce un senso di vertigine, e col passare dei minuti sembra che il disagio cresca verso livelli insostenibili. Il pensiero che accompagna queste sensazioni è: “avrò un infarto e morirò” oppure “sto impazzendo, perderò il controllo delle mie azioni“.
A seguito degli attacchi di panico alcuni soggetti possono sviluppare agorafobia. Questo significa che si inizia ad evitare tutti quei luoghi dove si teme che l’attacco di panico possa accadere, oppure tutti quei luoghi dove sarebbe realmente molto difficile chiedere aiuto. Quando l’agorafobia diviene un sintomo più forte, la persona non riesce più ad uscire di casa.
L’esordio del disturbo avviene in genere nel giovane adulto e il sesso femminile sembra essere quello maggiormente colpito.
E’ necessaria una diagnosi differenziale, ovvero si devono escludere patologie di tipo internistico sopratutto a carico dell’apparato cardiaco e respiratorio. Per esempio spesso i soggetti vengono monitorati nella loro attività cardiaca attraverso esami come Holter ecc…
Il disturbo di attacchi di panico può essere trattato sia attraverso una psicoterapia sia attraverso l’utilizzo di psicofarmaci.
La combinazione di psicoterapia e psicofarmaci è sicuramente più efficace sopratutto nei casi più resistenti, infatti, gli psicofarmaci, da soli non sembrano essere in grado di rispondere a tutte le problematiche che provengono dal disturbo anche perché la matrice psicologica del disturbo può essere elaborata in psicoterapia.
Il farmaco aiuta a controllare i sintomi, ma non a risolvere la matrice composta da pensieri disfunzionali, tipici di questo disturbo.
Inoltre la cronicità del disturbo, la resistenza all’utilizzo dei farmaci, l’insorgenza di effetti collaterali, la possibilità di ricadute dopo la sospensione delle terapie, la vulnerabilità alla riacutizzazione di fronte a nuovi stimoli stressanti, le pesanti implicazioni sul piano emotivo ed esistenziale sono elementi che orientano verso un trattamento combinato o non di questo disturbo d’ansia.

** Avviso attività periodo festivo **

Buongiorno a tutti,
Comunico che lo studio osserverà giornate di chiusura totale nelle date dal 23 al 26 Dicembredal 31 Dicembre al 3 Gennaio 2017. Saranno giornate di pausa istituzionale per le festività natalizie. Durante questo periodo ho in agenda appuntamenti e spazi liberi per consulenze, per cui sono disponibile.
Per contattarmi: 3921350189, il mio cellulare di servizio. In alternativa Sms o Whatsapp (rispondo o richiamo in giornata).
È attiva la mia mail in alternativa: dessi-antonio@tiscali.it
Il periodo di feste è sempre molto delicato per le persone con sofferenza psichica e relazionale. Da anni lavoro durante questo periodo senza alcun tipo di frustrazione e con piacere di rendermi disponibile, dedicando a me stesso momenti di pausa in altri momenti dell’anno.
Buona giornata
Antonio Dessi
Nella foto un oggetto nuovo nel mio studio. Un brucia essenze montato su un sale hymalaiano, dono di una collega psicoterapeuta e amica, che ringrazio anche qui sulla mia pagina.

venerdì 21 ottobre 2016

Certe domande sul mio lavoro ...

A volte qualcuno mi pone la domanda:
«Ma come fai tutto il giorno a stare a sentire problemi degli altri?»
Non mi riconosco nel ruolo di chi ascolta i problemi degli altri. Questi «altri» hanno tutti un nome e storie che mi appassionano. Così, quando sono felice per il mio lavoro, sono consapevole dei brutti temporali, delle gelate artiche, del deserto e i suoi scorpioni. E tanto altro. Non sono le persone tutto ciò, ma la loro area di sofferenza. E io sono li con loro, tutto dentro quella stanza, che ieri vi ho detto appunto di adorare. Si, adoro l’anima di quella stanza, non il pregio dei suoi dettagli.
Così fuori da quelle aree di sofferenza si osserva il cambiamento. Lo vede e lo sente la persona, lo sento e lo vedo io.
La mia risposta:
«Rinunceresti mai ad osservare la bellezza di un arcobaleno?»
Un caro saluto a tutti voi e grazie per la vostra presenza. Commentate, criticate, recensite la mia pagina e il blog. Aiuterete il mio progetto a crescere, perché sarà un lavoro condiviso e orientato e non una semplice vetrina di spiegazione sintomi.
Grazie
Antonio Dessí
Il mio blog: www.antonio-dessi.blog.tiscali.it
FB: Nella stanza di uno psicologo

martedì 18 ottobre 2016

Le fasi di elaborazione di un lutto, una separazione

Una separazione, la conclusione di una relazione, la morte di una persona cara sono eventi che ci confrontano con il tema della perdita. Nell’immagine il modello teorico di Kübler-Ross sulle fasi di elaborazione di un lutto/perdita. La psicoterapia centrata su queste tematiche aiuta la persona nel passaggio da una fase all’altra. Sebbene il processo non sia rigidamente così impostato, ma spesso fatto di ricadute e sensibile all’organizzazione di personalità e storia di vita della persona, è questo un buon modello da un punto di vista didattico e di auto-osservazione.
Il modello a cinque fasi della Kübler-Ross (1970) rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche psicologiche più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave. Da sottolineare che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Anche se la maggior parte delle persone sembra vivere le fasi secondo l’ordine in cui vengono descritte, non si tratta di un percorso “evolutivo a stadi”, per cui le fasi possono manifestarsi in qualsiasi ordine e ripresentarsi successivamente, ma anche presentarsi sovrapposte.
Fase della Negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?” “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere”, sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la verità e ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di negazione del proprio stato può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia per la propria morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. È una difesa, che però diventa sempre più debole, con il progredire della malattia, qualora non s’irrigidisca e non raggiunga livelli patologici di disagio psichico.
Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
Fase del patteggiamento
 in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.
Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.
5 Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti”. La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione.

venerdì 14 ottobre 2016

Il narcisismo in amicizia

Siamo troppo spesso abituati a sentire parlare di narcisismo all’interno delle relazioni sentimentali di coppia. In realtà capita molto spesso che all’attenzione di uno psicoterapeuta arrivino delle sofferenze relazionali nei rapporti di amicizia, dove spesso si delinea lo scenario di una relazione con un/una narcisista che lentamente viene smascherata, o inizia a sgretolarsi.
I legami con i narcisisti in genere sono molto fragili. Non reggono il conflitto e il/la narcisista spesso non ha un’intelligenza emotiva ed affettiva che gli consenta di sentire l’altro. Spesso rimane spiazzato/a o si piange addosso per il torto subito (sia una lamentela, un distacco, una presa di posizione).
Gli amici dei narcisisti spesso ricalcano l’icona di Charlie Brown e, per poter mantenere il legame con il/la narcisista si muovono tendenzialmente su alcune direttrici. Tra queste ne elenco qualcuna.
1. Devono accettare che le conversazioni girino sempre attorno ai problemi del/della perverso/a, sulle sue conquiste personali o professionali, bisogni, vittorie e sconfitte. In genere il/la narcisista seduce mostrando un immagine di sé molto fragile, malaticcia, con lamentele fisiche. Altre volte ipertrofica: “Hai un amico/a figo/a”. Tutto ciò spinge il/la Charlie Brown di turno a spostarsi su un sistema motivazionale di tipo accudimento e accondiscendere al controllo.
2. Accettano di non poter contare affettivamente sul/sulla narcisista nei momenti del bisogno o emotivamente più pesanti.
3. Imparano a rendersi disponibile SEMPRE senza nulla ottenere in cambio. Il/la narcisista in genere dona un carico emotivo molto forte a chi gli/le sta vicino, senza rendersene conto. Il principale contenimento che in genere si dona ad un narcisista è quello sulla rabbia. La fa provare a voi, prima di provarla lui/lei o addirittura mostrarvela. Il narcisista dietro la sua maschera è arrabbiato/a.
4. Provate a fare una critica “seria” al narcisista. Noterete subito lo sguardo di odio. Gli amici Charlie Brown sanno che i perversi detestano profondamente le critiche. Amano essere considerati speciali e questo deve essere sempre ribadito con gesti, non devono mai percepire mancanze nella vostra attenzione. Dei piccoli dittatori. I narcisisti sono dei bambini/bambine vestite/i da adulti. A volte il narcisista bacchetta con fare materno, accondiscendente, sdrammatizzando fatti gravissimi pur di “mantenere l’amicizia”. Si rendono complici e sospendono i loro principi, senza rendersene conto di sovvertirli esclusivamente quando sono con lui/lei. Questo meccanismo è spiegabile prendendo a prestito la teoria dei vasi comunicanti in fisica. Il/la narcisista ha fondamentalmente una struttura di personalità molto regressiva (infantile) e in questo senso si trova un equilibrio funzionando allo stesso modo. Spesso si crea una sofferenza legata alla confusione. Il narcisista cerca la simbiosi per proteggersi, per prendere, per essere accudito/a nelle lamentele (specie fisiche) e paranoie, ma non per dare.
5. Gli amici Charlie Brown accettano il controllo che esercita il narcisista e le sue “dolci” manipolazioni. In alternativa il legame si rompe. Il narcisista è capace di farti credere di provare un profondo affetto, ma se hai consapevolezza del tuo sentire ti renderai conto del contrario, o sentirai ciò che ti arriva da quella relazione, sia sul piano verbale, che non verbale.
Queste alcune anticipazioni del mio prossimo articolo su questo blog.
Buona giornata a tutti
Antonio Dessì